Credo che solo adesso, dopo aver tradotto questo libro, io possa dire di essere davvero entrata nella sua scrittura. Così lacerante, a tratti. Con quelle frasi che ti trafiggono, e poi ti rimbombano dentro per giorni e giorni. A volte talmente perfette nel loro incastro di senso e suoni, che ci vogliono giorni per restituir loro quella immacolata armonia. Ci stai ore, sopra quelle cinque righe, poi eccole nel tragitto casa scuola, mani al volante. All’improvviso, dopo un acquazzone di pensieri. Nel loro unico ordine possibile. E può forse sembrare curioso, ma dopo tutto il giorno ha un altro odore. Quell’irresistibile profumo di erba bagnata che evapora al nuovo sole. Strano. Un libro così, un senso di disperazione così assoluto, un uomo lacerato da visioni che persino il cielo non è più cielo… quel tunnel… e intanto dentro di me cresceva la vita, in uno di quei periodi che ti sembra che tutto sbocci e prenda colore. Eppure, anche così, non è stato difficile immedesimarsi. La traduzione, in fondo, è un po’ un atto di recitazione. Tuffarsi a picco in un immaginario magari miglia lontano da te e poi riemergere a bracciate decise. Verso la tua superficie. E lasciarsi asciugare al sole.
La pioggia ti fa bella, Sassuolo, penso.
Penso in realtà che poco potrebbe farti più brutta. Poi parte il temporale e mi dispiace essere a lavoro. Non perché verranno in pochi, perché a Sassuolo la gente non si bagna senza motivi, ma perché mi piacerebbe guardarla questa pioggia che cade, e non solo sentirla su di me mentre porto da bere in giro. E proprio oggi, qualche minuto prima che cominciasse, avevo trovato per caso quell'album di foto su internet di Utrecht. E ho riconosciuto finestre, angoli di strade, bar di seconda categoria, quelle cose che non riconosce un turista, ma qualcuno che l'ha vissuta. E subito dopo, uscendo, trovo la stessa pioggia di allora, e ho addosso lo stesso maglione per ripararmi. Poi mi viene in mente un altro temporale. Mi viene in mente l'inizio di Maggio dell'anno scorso, sui gradini di un college, nel quale ero stato un anno a insegnare italiano e a imparare a vivere (per quanto sia possibile farlo).
Mi ci sono trovato in mezzo a quel temporale. Stavo sui gradini con Domitille che mi correggeva un saggio di francese e ci siamo trovati di fronte a uno spettacolo che ci superava, ci riempiva di gioia mentre ci riempiva di paura. Ed era bello guardarlo insieme. Poi era arrivato Vlad, il russo. Avevamo scherzato di Vodka e lui mi aveva parlato dell'inno del Liverpool, poi ci eravamo fatti fotografare da Domitille in mezzo alla pioggia. Avevo addosso una maglietta gialla, con una scritta: Universiteit Utrecht. Quella che mettevo allora, sotto il maglione.
Poi Thetje, il mio tedesco a cui potrei non dire una parola sapendo che sa già cosa provo, e poi, per caso era passato Patrick, unico americano in quel ritrovo in mezzo all'acqua di europei. Patrick era quello che mi aveva dato il benvenuto nel gruppo di teatro, che mi aveva fatto provare il Car Bomb: mezza guinness, shot di whiskey e shot di crema di whiskey, tutto giù alla goccia. Quello che mi aveva detto che il Rocky Horror Picture Show senza di me non sarebbe stato lo stesso, e quello che quel giorno avremmo imbarcato in un road trip.
Eravamo lì a guardare il temporale e a chiedersi cosa fare quando da quel college ci avrebbero cacciati. E quando Patrick ha risolto il nostro unico problema, quello di non avere una macchina, perché lui una macchina ce l'aveva, abbiamo deciso di partire. Ed è così che ho visto per la prima volta Chicago e New Orleans, Washington per la quarta e New York per la quinta. È così che siamo finiti a cantare “Love me two times” dei Doors in un Karaoke Bar per cowboy a Nashville e che un tipo dopo averci offerto da bere in tre posti diversi di Memphis perché si era appena laureato ci ha portato a dormire da lui, con il suo amico che dormiva nel prato e lui nella doccia.
È così che abbiamo fatto fermare uno per alta velocità, dopo averlo usato come cavia per la polizia del South Carolina, ed è così che abbiamo percorso più di 7.000 chilometri in poco più di una decina di giorni, molti hamburger e pezzi di macchina attaccati con lo scotch un po' ovunque.
E so che un altro temporale, un giorno, mi porterà di nuovo così lontano. Magari quello di stanotte. Magari il prossimo.
[guest blogger: Giuseppe Sofo]
Non ero mai stato, da circa 10 anni a questa parte, una settimana senza internet. Qualcosa di fisico, di fisiologico.
Beh, tutto sommato non è male. Ma non ripeterò l'esperienza.
Però, questa settimana è stata carina, una vera passeggiata di vita. Oh, sì.
Partita con una sveglia alle 3.38 niente male, e proseguita con un litigio discretamente furibondo, vivaddio.
Ma fosse questo.
Il fatto è che, ecco.
È che certe volte c'è del gusto, come si dice, a riscoprirsi vivi.
Non va mica bene darlo sempre per scontato. Proprio no. È che certe volte gli Dei, i Numi, i Mani - Lari - Penati, Cristo, Buddha, Allah, Geova, Manitù, e poi ancora il Fato, il Destino, la Sincronicità, insomma, tutto congiura per metterti su un bello scranno a farti vedere come scorre la vita. O farti correre con lei.
Scagliando un tuo furgone, guidato da un amico, fuori strada
giù in un fosso (5 metri prima c'era il fiume)
addosso a una recinzione
poi sopra per 20 metri
ribaltandolo due volte
sfondando una recinzione
facendolo capottare due volte nel giarino -bello, curato, all'inglese- di un anziano gentiluomo
fermandolo a tre metri dalla casa
dove riposa la nipote col figlio di 22 giorni.
E da quel furgone il tuo amico esce illeso, come riposato dopo una bella dormita. Non per niente, ha avuto un colpo di sonno.
E la cosa bella è che ci dovevi essere pure tu, a bordo. Dalla parte del guidatore, proprio lì dove il furgone non esiste più, a destra, dove ha sbandato e s'è accartocciato con eleganza.
Che poi, non pensi ai danni, ai soldi, alla perdita, a nulla. No, pensi che sei un miracolato.
E, raggiungendo il luogo, porti i carabinieri al bar di fronte, e offri una bottiglia di champagne per tutti.
Cin cin.
[il Tiranno]
On air: Walk of life - Dire Straits