[continua dal post qui sotto, leggere prima quello!]
Ma quanti carabinieri sono? Mi volto, ancora, di qua, di là, di qua, ancora, dappertutto. Bloccato ogni accesso, bloccata ogni uscita. Non è bello così, no. Mi siedo.
“Tutti fermati. I documenti, e non fate storie.” Eh? Parla con me?
Perché davanti ad ognuno dei nostri mezzi c’è un piantone? E perché continuano ad urlare tutti?
Ma… chi stanno caricando? Erika!
“Lei stia buono”. Ma, dove li portate? “Non si preoccupi. Avrà tempo per spiegarci.”
Io, cosa… Vorrei sapere perché, mi scusi, agente… “Sarà lei che dovrà dirci il perché, e dovrà convincerci molto bene.” Sono nella merda? mi è uscito così, spontaneo, un soffio tra le labbra secche. Non mi risponde, e daje con sta pistola che ballonzola.
Lavorare stanca. Lo sapevo io.
Alla fine, caricano 14 collaboratori. E due dipendenti. E mi dicono di raggiungerli in caserma.
E me ne rimango lì. Fermo e stordito.
Mi viene in mente che un’unica volta ho fatto pugilato, e un’unica volta ho preso un gran destro in faccia. Ma almeno lì crolli e non capisci più nulla. Qui invece mi vedo da fuori, con la mia camicia hawaiana, i bermuda bianchi, in un parcheggio deserto, circondato da 7 pattuglie dei carabinieri.
Prospettiva dall’alto.
Il primo pensiero è: vorrei rivedere la scena dai satelliti di Google Maps.
Il secondo: a Provenzano ne hanno mandati meno, di agenti.
Il terzo: sono davvero nella merda.
E insomma lo avrete capito. Era una retata. Carabinieri e Digos. Agenti in divisa e in borghese.
Urca. Mentre torno al’ufficio a prendere un po’ di documenti, ho una strana tranquillità. Non so nemmeno spiegare. Ma è quella di quando, tanto ormai va così. Dico: adesso chiamo l’avvocato, il commercialista, il Sindaco. Ma poi… naaaa, vediamo che succede.
E gustiamocela sino in fondo. Ecco, la tranquillità dello scrittore, se posso. Di chi osserva e, almeno, cerca di immagazzinare ogni dettaglio.
Raccolgo alla buona un po’ di documenti e me ne vado in caserma.
Il pensiero: certo che sono proprio un patacca. Mi sto buttando da solo nella tana del lupo.
E poi, tutto va come nei film. Stai in una stanzetta, stai nel cortile, non c’è un distributore di acqua o caffè, o vino, niente. Labbra secche bocca impastata.
Ma io posso uscire, mi dico, vai nel bar qui di fronte.
No, e se poi mi devono arrestare? Fanno un blitz anche nel bar? E dopo, Forlì è piccola, che figura ci faccio? almeno qui dentro sono già pronto.
Anzi, mi ritrovo a camminare come un ergastolano, nei
Ecco, la pazzia è la cosa più vicina che sento. Sono in caserma da un’ora appena. Nessuno che mi spieghi, nessuno che mi dica nulla. Se chiedo, silenzio come risposta.
Eppure le voci ci sono, in Caserma, le senti dietro le porte, le senti nelle guardiole, operazione ad ampio raggio, ne abbiamo presi moltissimi, no no il maresciallo oggi non può perché deve interrogarne parecchi.
Sì, ho paura. Sì, ho molta, molta, molta paura.
Credo che lo vedano. Ogni tanto si affaccia qualcuno, e mi osserva, per un minuto. Così, senza dire nulla, mi guarda. Da vicino, o da lontano, oltre la porta. Mi guardano e parlano tra loro.
Poi uno mi fa un gesto. Andiamo. In cortile vedo passare alcuni collaboratori, sono scortati, hanno lo sguardo a terra, non hanno il coraggio di guardarmi. Io ho paura, ma loro? Io sono italiano, capisco, parlo, rispondo. Ma loro? E se non capiscono bene? E quanta paura hanno, loro?
E poi… cosa diranno? Non ho nulla da nascondere, ok, ma… cosa diranno? E se inventano qualcosa? E se.. e se non sono persone per bene? E se… prego, meglio pregare, parole scandite tra i denti, che nemmeno vogliono uscire, che s’impiccano nei molari, e che le sputi fuori. Devono uscire, loro.
Nel tragitto sento urla, sento mozziconi di parole, frasi, la verità, cosa fate, chi è che…
Nell’ufficio del capo. Non mi guarda. Prende dei fogli. Silenzio.
Silenzio. Silenzio silenzio silenzio.
Poi alza gli occhi, ha gli occhiali e un bello sguardo ceruleo. Sbuffa. Sembra dispiaciuto, quasi.
O stanco. Ecco.
“Allora. Com’è che funziona.”
Prego?
“Qui, com’è che funziona. Cosa fate. Le premetto che la situazione non è chiara. E di certo, per voi, non è facile.”
STOP. Riepilogo. Sei in caserma. Hanno bloccato e caricato una buona metà dei tuoi dipendenti. Sette pattuglie. Senti parole, qualche urlo, è due ore che aspetti. Sei nell’ufficio del capo.
Ti guarda e ti dice che per te non è facile.
Non è facile.
So cosa mi è passato nella testa in quel momento. Ma non credo che lo dirò mai, né qui, né a nessuno.
E io inizio a parlare. Con calma, con fermezza. Gli spiego, gli dico.
Mi interrompe, sbuffa, mi guarda, alza gli occhi si volta prende il telefono mi guarda, non mi crede, si vede da lontano, cosa sta pensando, ma chi pensa io sia, mi interroga (tecnicamente, “mi sente”), prende fogli, dichiarazioni dei collaboratori, legge e mi ascolta, non mi crede, mi domanda
ecco, è un interrogatorio, non formale, certo, non si verbalizza, ma
mi riguarda, mi contesta. Mi contesta molto. Molto. Non mi crede.
Poi mi dice, ora aspetti fuori. Vedremo.
Vedremo cosa? Mi alzo ed esco. Vedo carabinieri che si muovono, si spostano, ci stanno sentendo in 6 stanze diverse, vanno da uno all’altro, fogli in mano, dichiarazioni, confronti incrociati.
Altre due ore, o forse tre.
Due ore o forse tre di preghiere. E di paura. Mi guardano, sempre, nel cortile, e allora non voglio dare l’impressione di avere paura, cammino avanti e indietro, quello no, non ce la faccio a fermarmi, parlo al telefono, con tutti, avvocato commercialista, avvocato, poi finisco le persone
allora mi invento persone con cui parlare, fingo, ho paura e sudo e faccio chiacchierate immaginarie con amici immaginari, al telefono, sotto il sole.
Ecco. Lì, ti senti perso.
non hai punti di riferimento. Non sai che fare, non sai cosa fare, come farlo quel niente che hai da fare.
Non hai punti di riferimento. E fino a questo martedì di luglio, mai avevo capito così bene cosa significasse.
Alla fine mollo, non ce la faccio più e mi siedo, a terra, sulla piccola aiuola, io mollo e chi se ne fotte. Mi prendo la testa tra le mani. Passa una mia collaboratrice e mi dice, scusa.
Scusa.
Scusa di che?
Scusa.
E va via.
Adios. Ciao ciao.
